David Benatar, Meglio non essere mai nati

Che sventurato e infelice son io!
Sapere, cieli, vi chiedo,
visto il male che mi è dato,
quali colpe ho mai commesso
contro di voi nel nascere,
se anche proprio nel nascere
so che stanno le mie colpe.
(Calderón)

Quei figli che non ho voluto,
sapessero la felicità che mi debbono!
(Cioran)

È possibile affrontare il tema de “L’inconveniente di essere nati” (parafrasando Emil Cioran), utilizzando il bagaglio armamentario della disquisizione logica, analitica, in sé astratta e formale? È possibile analizzare in maniera spassionata ed oggettiva la tragicità dell’essere venuti al mondo, ricorrendo al linguaggio concettuale e speculativo della filosofia teorico-teoretica, con taglio epistemico, tipico del pensiero anglosassone? È questo l’ambizioso progetto di David Benatar, filosofo sudafricano, autore nel 2006 del saggio “Better Never to Have Been: The Harm of Coming into Existence”, recentemente tradotto in lingua italiana da Alberto Cristofori e pubblicato da Carbonio Editore, col titolo esemplificativo “Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo”.

In questo volume, che ha suscitato ampia eco a livello internazionale per le provocatorie tesi esposte, divenendo ben presto il manifesto programmatico per il movimento anti-natalista, Benatar, teorico della denatalità, descrive la funesta condizione umana, lo status ontologico impregnato di dolore che caratterizza l’essere dell’uomo sulla terra. Se è vero, così come ricorda Hegel ne La scienza della logica che “Il dolore è il privilegio delle nature viventi” e che quindi la sofferenza e il male costituiscono l’inesorabile “stimmate” impressa sul destino di ciascun individuo, il “marchio a fuoco” che suggella la carne e l’anima di ogni singola esistenza, meglio allora, secondo Benatar, sottrarci al gioco perverso, quanto demoniaco cui ci ha condannato la vita e non essere corresponsabili o concause del male che attanaglia il mondo, dell’infelicità sottesa all’evoluzione biologica o alla schopenhaueriana “Wille zum leben” (volontà di vivere), che impone di procreare, quasi come un imperativo coatto, una coercizione obbligatoria.

Benatar descrive la propria nichilistica visione filosofica attraverso un ragionamento lucido, lineare, dimostrativo, che si avvale, per coerenza e chiarezza espositiva, di tabelle, schemi, grafici, figure. La sua è un’argomentazione articolata relativa all’inutilità (o meglio al danno) del venire al mondo e quindi del patire l’essere dell’esistenza, che conduce il lettore all’assioma utilitaristico (pragmatico) che, a conti fatti, sia “meglio non essere mai nati”. Il suo metodo di lavoro (volutamente, squisitamente logico) prescinde da una riflessione di carattere storica o psicologica (come avviene ad esempio nel pensiero tragico di Leopardi, Pessoa, Caraco, Cioran) e si concentra invece esclusivamente sui concetti di “piacere” e “dolore”, “bene” e “male” che sistematizza in un quadrante logico, per giungere poi alla conclusione, apodittica, incontrovertibile, vincolante, che il “nulla” della non-nascita sia di gran lunga preferibile all’“essere” dell’essere stati gettati in questa “valle di lacrime”:

Io non sostengo che chi non viene al mondo stia letteralmente meglio. Sostengo invece che venire al mondo è sempre un male per coloro che vengono al mondo. In altri termini, anche se non possiamo dire di chi non è al mondo che non essere al mondo è per lui un bene, possiamo dire di chi è al mondo che l’essere al mondo è per lui un male (p. 14).

[…]

La tesi che venire al mondo sia sempre un male può essere sintetizzata come segue: sia il bene che il male capitano solo a chi esiste. Tuttavia c’è un’asimmetria decisiva fra il bene e il male. L’assenza di male, per esempio di dolore, è un bene anche se a godere di quel bene non c’è nessuno, mentre l’assenza di bene, per esempio di piacere, è un male solo se c’è qualcuno che viene privato di quel bene. La conseguenza di ciò è che evitare il male non venendo al mondo è un vero vantaggio rispetto al venire al mondo, mentre la perdita di certi beni provocata dal non essere al mondo non è un vero danno per chi non è mai venuto al mondo (p. 24).

Il libro di Benatar si divide in un’Introduzione, che offre una panoramica generale circa l’argomento trattato, cinque capitoli in cui espone in maniera dettagliata le proprie argomentazioni e una Conclusione. Gran parte del lavoro è svolto nei capitoli 2 e 3 (“Perché venire al mondo è sempre un male” e “Quanto è doloroso venire al mondo?”). I successivi tre capitoli (“Fare figli: la tesi anti-natalista”, “L’aborto: la posizione ‘pro morte’” e “Popolazione ed estinzione”) presentano le possibili implicazioni pratiche della posizione discussa nei capitoli 2 e 3, vale a dire “che le persone non dovrebbero fare bambini, che si debba essere a favore dell’aborto (almeno nei primi stadi della gestazione) e che sarebbe meglio se non ci fosse più vita cosciente sul pianeta” (p. 219). Risoluto risulta essere Benatar: “‘Quante persone dovrebbero esserci al mondo?’ Ormai non dovrebbe sorprendere che la mia risposta sia ‘zero’” (p. 177).

La tesi che attraversa come un filo conduttore l’intero volume di Benatar è che l’esistenza (la nascita, il venire al mondo) sia sempre un “grave male”, poiché comporta una certa misura di dolore e sofferenza, che non esisterebbe se l’individuo non fosse mai nato. La nascita introduce inesorabilmente un danno nell’universo, apporta nel mondo un’inutile dose di sofferenza, mentre quel danno e quella sofferenza non esisterebbero se non ci fosse stata nascita. Oltre a ciò, Benatar respinge l’argomentazione opposta, vale a dire che la nascita introduce anche una quantità (seppur minima) di piacere e di gioia nel mondo:

Che venire al mondo sia un male è una conclusione dura da accettare per la maggior parte delle persone. Molti sono felici di essere nati perché si godono la vita. Ma queste valutazioni sono errate […] Il fatto che uno si goda la vita non rende la sua esistenza migliore della non esistenza, perché se quella persona non fosse venuta al mondo non ci sarebbe stato nessuno a sentire la mancanza della gioia di condurre quella vita e quindi la mancanza di gioia non sarebbe stata un male. Si noti, al contrario, che ha senso rammaricarsi di essere venuti al mondo se non ci si gode la vita. In questo caso, se la persona non fosse venuta al mondo, nessuno avrebbe sofferto per quella vita. Questo è bene, anche se non ci sarebbe stato nessuno che avrebbe goduto di quel bene (p. 69).

Un saggio insolito (ma foriero di intuizioni e spunti interessanti) quello di Benatar, di un nichilista sui generis, che argomenta la tragicità della vita con acume concettuale e rigore logico. Egli cerca le ragioni del male di vivere, la causa radice che è a fondamento del dramma umano, e rinviene nella “nascita” il principio primo deplorevole (da aborrire) in quanto scandalo della ragione, fonte di inaudita e inammissibile infelicità. Pertanto la conclusione apparentemente “misantropica”, ma autenticamente “filantropica” di Benatar fa leva su un atto “preventivo” (sovversivo, scandalistico, intollerabile per la mentalità comune), quello di non procreare: “Non creare una persona è garanzia assoluta che quella potenziale persona non soffrirà – perché non esisterà” (p. 241).

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