Stefano Scrima, L’arte di soffrire. La vita malinconica

Sento il freddo della vita. Tutta la mia esistenza
è una cantina umida, una catacomba buia.
(F. Pessoa)

La malinconia può occupare e colmare da sola tutta una vita.
(E. Cioran)

«Serenità / Vorrei svegliarmi una mattina / e annusarti». Sono questi alcuni dei versi strozzati riportati da Stefano Scrima in Criniere, appendice poetica al suo volume L’arte di soffrire. La vita malinconica, pubblicato da Stampa Alternativa nel novembre 2018. Versi che sintetizzano bene lo stato d’animo (immobile e sofferente) di chi patisce in prima persona (nella propria anima, nella propria carne), la Stimmung melanconica. Sì perché l’agile libro di Scrima non ha l’ambizione di presentarsi come trattato scientifico o psicoanalitico (depersonalizzato). Qui è l’Autore stesso che si mette in gioco, che parla di sé e che descrive in maniera lucida le modalità attraverso cui la malinconia si manifesta, cosa essa può produrre, a cosa può condurre:

Non è intenzione di questo piccolo saggio approfondire i casi clinici della malinconia, né darne spiegazione scientifica. […] Intendo qui proporre la dissezione di un’esperienza malinconica contestualizzandola storicamente e socialmente; e per farlo non potrò non affidarmi alla filosofia e alla letteratura, ma soprattutto al mio occhio malinconico […] (pp. 7-8).

Scrima parla di ciò che sa, per esperienza diretta, vissuta. Non è un sapere astratto, nozionistico appreso dai libri (dunque esterno, estraneo), ma è la ferita viva di un pathos interno, interiore, intimo, di un “languore” che permane senza ragione e che mina la relazione io-mondo: «Il malinconico avverte il tempo scorrergli sulle membra, lo sente sbranare l’esistenza quotidiana. Non riesce a stare al suo passo, proprio perché ha coscienza del suo inarrestabile fluire» (p. 21). E ancora:

Ciò che caratterizza la malinconia è una vaghezza costitutiva. La malinconia è vaghezza, sempre tendente al perduto, all’incompiuto, al desiderio, e in particolare, come diceva Tolstoj, al “desiderio di desideri”. È una nostalgia del nulla, poiché non si sa bene che cosa ci manchi, ma qualcosa ci manca. Ci sentiamo vuoti e insaziabili, percorsi da lampi di infausti presagi (p. 27).

La malinconia è il sentimento del vuoto, del nulla, della nullità di tutte le cose, del proprio nulla. È un sentimento che indebolisce e debilita, che erode l’energia psichica e svuota lo slancio vitale. Qui la mente soffre di un “aspetto lunare”, parafrasando Minkowski (Cfr. Cosmologia e follia), e il corpo parla (muto, silente) con segni inequivocabili ed universali: il mento sulla mano, il gomito sul ginocchio, lo sguardo inaridito: «Ad indagare nell’occhio del malinconico potremmo scorgervi un deserto» (p. 29). Evidenti nella breve, ma acuta disamina di Scrima l’influenza di autori come Guardini, Binswanger, Starobinski, Borgna.

Il volume prosegue con una “Piccola storia della malinconia” e con i “casi” di scrittori, artisti, musicisti, che hanno trasformato in arte la loro indole melanconica: da Leopardi a Beethoven, da Van Gogh a Pavese. Sì perché è questo l’intento profondo del libro: mostrare e dimostrare che la malinconia è non soltanto una potenza demoniaca (luciferina) che abbatte l’animo, ma, al tempo stesso, la forza propulsiva che può condurre lo spirito umano a cime inesplorate di creatività e ineffabile bellezza. Se è vero che «[…] lo scuoter d’animo malinconico trova un canale privilegiato d’espressione nella sublimazione artistica» (p. 29), viene confermata la tesi riconducibile ad Aristotele, secondo cui l’“uomo di genio” è il più delle volte un uomo afflitto da inguaribile malinconia.

9788862226424_0_0_502_75

Annunci