Marcin Fabjański, Street Philosophy

Tra Epicuro e Marco Aurelio, differenze solo apparenti. Entrambi mi aiutano a vivere, e io vivo in loro compagnia.

(E. Cioran)

Cosa hanno da dirci, oggi, le filosofie (o le pratiche filosofiche) del passato? Cosa possono insegnarci, ai nostri giorni, pensatori come Seneca, Epitteto e Marco Aurelio? Lo stoicismo, ad esempio, che ha come fine ultimo, l’imperturbabilità dell’animo (la tranquillità dello spirito, il distacco emotivo), può rappresentare un utile strumento per non soccombere alla follia e alla frenesia della società capitalista, che riduce costantemente l’uomo a semplice mezzo di produzione e a inetto/passivo consumatore di beni e servizi? Marcin Fabjański, giovane filosofo polacco, risponde a tali interrogativi nel bel volume Street Philosophy, recentemente tradotto da Anna Maria Montanari e pubblicato in Italia, in una elegante edizione, dalla casa editrice Lemma Press.

Scrive Fabjański:

La filosofia vive perché, in ogni epoca, ha nuovi oggetti da porre in discussione. Lo stoicismo, in ogni periodo storico, dovrebbe permetterci di riscoprire esercizi, tecniche e massime che fungano da scudo contro l’influenza dei modelli di pensiero che ci conducono ad auto-tormentarci. Nel mondo contemporaneo – più complesso che mai – gli stoici probabilmente raccomanderebbero una vita semplice, con vigore ancora maggiore di quanto facessero all’inizio dell’era moderna, perché una vita semplice conduce alla chiarezza di pensiero e questa, a sua volta, alla gioia del sapere (p. 188).

Il libro di Fabjański non è affatto (e questo costituisce il suo punto di forza) un saggio scientifico o accademico, scritto per una ristretta cerchia di studiosi o specialisti del settore. Il “target” cui si rivolge Fabjański, con un linguaggio semplice, diretto, divulgativo, caratterizzato dall’analisi di 39 situazioni concrete, è il vasto pubblico, l’uomo comune, che si ritrova imbrigliato e ingarbugliato nella propria quotidianità in una infinità di circostanze avverse, inesauribili fonti di stress e dispendio di energie, dove regna l’imprevisto, il caos e la conflittualità, e che lo costringono perennemente alla stanchezza fisica e all’infelicità psichica. Come superare tale stato di impasse? Come alleviare la sofferenza? Come sedare il dolore? Come gestire al meglio il vortice di emozioni che si scatena nella mente (invidia, rabbia, rancore, frustrazione, paura, ansia, desiderio), senza esserne avvelenati o sopraffatti? Fabjański propone di ricorrere agli stoici, in quanto “dottori dell’anima o della mente” (p. 176), dal momento che «Lo stoicismo non consiste nel sopprimere le emozioni. Tutto il contrario. Consiste nella loro costante e calma osservazione» (p. 183).

La ricetta fornita da Fabjański, seguendo fedelmente l’insegnamento della dottrina stoica, è quella di vivere pienamente e unicamente il presente, guidati dalla salda fermezza della ragione, senza rinvangare a vuoto le vicende del passato o proiettarci inutilmente nel futuro. Ciò che bisogna fare è soffermarci “in maniera neutrale” sull’esperienza del presente “immediato” e non dare adito all’immaginazione di costruire o ricamare delle sovrastrutture fantastiche e illusorie, fonte di disagio o di tormento esistenziale: «Un vero filosofo – grazie alla filosofia – analizza l’esperienza, anziché moltiplicarne le interpretazioni. È a questo che servono le massime e le tecniche descritte nel libro, malgrado le apparenze. […] La vita non ci ferisce, la vita è neutrale. Capire questa verità ci libera dalla sofferenza» (p. 175).

Fabjański è ben consapevole della complessità e della tragicità del vivere, dove l’uomo non è benevolmente accolto, bensì ostilmente respinto (l’enfer, c’est les autres, ricordava Sartre), come un naufrago in balia della tempesta, sospeso tra l’essere e il nulla, sotto la scure impietosa del Caso cieco o di un “funesto demiurgo”: «La vita è come un puzzle, il cui disegno continua a mutare e in cui, oltretutto, qualche tessera manca sempre. La convinzione di poterla assemblare in un quadro immutabile e completo è una chimera» (p. 179). Ecco allora passate in rassegna velocemente 39 “situazioni tipo”, che caratterizzano la vita di ciascuno di noi (Un lavoro mal fatto, l’ascensore rotto, ecc.):

In Street Philosophy ho descritto trentanove tipiche situazioni di tutti i giorni in cui spesso soffriamo più del dovuto perché ci lasciamo tiranneggiare da pensieri morbosi. […] I metodi stoici vi sottrarranno all’inferno di molte situazioni frustranti. Ne hanno il potere. Se li usate spesso, potrete raggiungere il paradiso degli stoici, il quale non è altro che uno stato mentale. Più precisamente: una serie di stati mentali, un atteggiamento generale nei confronti della vita. Gli antichi greci lo chiamavano apatheia e, contrariamente a quanto si ritiene, non si riferivano all’apatia. Sono convinto che alludessero all’eccitante condizione in cui si gode della propria libertà, quando la mente cessa di essere schiava dei desideri (pp. 11-12).

Ecco l’ambizioso obiettivo del libro: fornire all’uomo moderno delle preziose linee guida, dei precetti, una “saggezza quotidiana”, per affrontare le difficoltà della vita, attingendo a piene mani dalla tradizione e dalla cultura stoica. È un modo proficuo e innovativo di avvalersi del sapere filosofico, sottraendo la filosofia all’errata opinione comune che la riduce a inutile sapere astratto, mentre essa è originariamente, nella sua essenza, un faticoso esercizio spirituale, una prassi o una consolazione per sopportare il fardello di Sisifo.

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