Sadeq Hedayat, La civetta cieca

A volte la mente si comporta come se si trovasse in un sogno.
(dal film “Apri gli occhi” di Alejandro Amenábar)

La civetta cieca (1937) è una delle opere più acclamate e controverse della letteratura iraniana del XX secolo. Considerato il capolavoro di Sadeq Hedayat (1903-1951), il volume (tradotto da Anna Vanzan, tra i più autorevoli iranisti in Italia) rappresenta un viaggio introspettivo nei meandri più reconditi della psiche umana. Un racconto surrealista (stile Edgar Allan Poe, Franz Kafka e Joë Bousquet), caratterizzato da una forte connotazione psicologica, che affronta i grandi temi della vita: l’amore, il dolore, la solitudine, la morte.

La novella si presenta come una confessione intima, frenetica, onirica. Il protagonista è un decoratore di astucci portapenne, misantropo e solitario, dedito all’oppio, che ripercorre le tappe salienti della propria sventurata esistenza e dialoga in maniera ossessiva con la propria Ombra, con la follia che lo abita, con i ricordi e le allucinazioni che lo perseguitano.

A scatenare il viaggio introspettivo, la discesa agli inferi, nella palude limacciosa e sulfurea del proprio impalpabile essere, è l’incontro fortuito, irreale ed evanescente con un angelo di ineffabile bellezza: Lei.

Per la prima volta, in questo miserabile mondo, pensai che un raggio di sole fosse venuto a illuminare la mia vita. Ma – ahimè – non si trattava di un raggio di sole, bensì di un bagliore transitorio, una stella cadente che mi si era palesata sotto forma di una donna, o di un angelo. Il suo fulgore mi fece intravedere per un solo attimo, per un mero istante, le sventure della mia vita, nonché la magnificenza e lo splendore di lei. Poi quel bagliore scomparve nel vortice dell’oscurità cui apparteneva. E io non riuscii a trattenere per me quel fuggevole raggio (p. 15).

A seguito della tragica dipartita di questa eterea e meravigliosa figura femminile, nella seconda parte, il narratore si immerge nel proprio inconscio e si confronta con i propri incubi e le delusioni che hanno minato la sua vita, a partire da un matrimonio pregresso, infelice, con un’altra donna: “Se l’ho sposata è perché lei si è avvicinata a me usando le sue menzogne e i suoi trucchi, non certo perché nutrisse alcun interesse nei miei confronti. No, lei non provava alcun affetto per me” (p. 78). Si delinea così, attraverso una prosa incalzante, penetrante, perturbante, un’esplorazione profonda della complessa e stratificata personalità dell’autore, che cerca di tramutare in arte la propria indicibile sofferenza.

La civetta cieca si pone come un labirinto senza vie d’uscita, come nelle litografie di Escher, un puzzle di infiniti tasselli, mai ultimato. L’Autore cerca di descrivere, tra il sogno e la realtà, la dimensione affettiva, la turbolenza delle emozioni. Giocoforza, in quest’ambito tremulo e indefinito, mancano le parole in grado di rendere oggettivamente un significato e la scrittura diviene “metafora viva”, immagine nebulosa, cifra effimera di un Io mancante, diviso, scisso, frantumato, dilaniato dai demoni delle proprie reminiscenze, che divorano in maniera onnivora la coscienza.

La civetta cieca rappresenta dunque un ritratto psicologico sottile e magistrale, perfettamente in linea con il pensiero tragico contemporaneo, fondato sulla “crisi del soggetto” e il riconoscimento dello squilibrio e della disidentità. Una visione cupa e avvincente attraversa l’intera narrazione, che immobilizza il lettore e gli toglie il fiato, sino all’ultima pagina:

La mia ombra sul muro era esattamente quella di una civetta, curva e intenta a leggere ciò che scrivevo. E certo capiva bene i miei scritti, anzi, era l’unica a poterlo fare. Guardai la mia ombra con la coda dell’occhio e mi spaventai. Era una notte buia e silenziosa come la notte che era calata sulla mia vita, una notte popolata di ombre terrificanti che mi facevano le boccacce dalla porta, dal muro, da dietro la tenda. E la mia camera s’era fatta così angusta da farmi sentire sepolto vivo (p. 128).