Carla Stroppa, Gli spostati

È buio il mattino che passa / senza la luce dei tuoi occhi.
(Cesare Pavese, 30 marzo 1950)

“È difficile amarsi se nessuno ti rimanda l’immagine…”. È una delle celebri frasi del meraviglioso film in bianco e nero “Angel-a” (2005) del regista francese Luc Besson. La scena è poetica ed emozionante: André (Jamel Debbouze) e Angel-A (Rie Rasmussen) sono allo specchio. André, disadattato e impacciato, non riesce ad esprimere i propri sentimenti all’avvenente e statuaria Angel-A. Incespica con le parole, abbassa lo sguardo, per timidezza e per il troppo amore represso. Angel-A, amorevolmente lo sostiene e lo esorta a comunicare i propri sentimenti e a liberare la propria anima, perché soltanto nell’amore corrisposto l’io si sente “a casa”, presso di sé, al riparo dai dardi del tempo e in accordo col mondo. La scena è suggestiva, emblematica e potrebbe fungere da “metafora cinematografica” per il bel libro della psicoanalista junghiana Carla Stroppa, edito da Moretti & Vitali, Gli spostati. Vivere senza amore.

Che ne è infatti dell’anima in una vita “senza amore”? Che ne è dell’Io che non è riconosciuto da un Tu e che non è visto dal suo sguardo? Che ne è della psiche smarrita e scoraggiata nel “labirinto della solitudine”, parafrasando Octavio Paz? E cosa dire di un corpo inerme, che non conosce il calore di un abbraccio o la vibrazione di una carezza, ma che si strugge nel desiderio di poter accedere al corpo dell’altro? Non è una questione irrilevante o di poco conto, da un punto di vista esistenziale o psicologico, bensì una questione che attiene al fondamento originario del nostro “stare al mondo”, all’equilibrio o alla stabilità del soggetto, dal momento che, come ricorda Sartre ne L’essere e il nulla: “È questo il fondo della gioia d’amore, quando c’è: sentirci giustificati d’esistere” (p. 421).

L’articolato e approfondito saggio di Carla Stroppa tenta di rispondere a tali domande, facendo leva su una solida competenza psicoanalitica: “‘Spostati’ è il termine che magnetizza il ricordo di tante persone incontrate in analisi che, pur nella differenza delle loro storie e delle loro personalità condividono un sentimento di estraneità e di mancanza di amore. Stanno male nel posto in cui vivono, la famiglia, il lavoro, la società. Si sentono fuori, spostati appunto dal centro palpitante di se stessi e del mondo” (p. 13). L’assenza d’amore, la “ferita dei non amati”, per dirla con Peter Schellenbaum provoca un perturbante, penoso e avvilente sentimento di smarrimento e spaesamento, una mancanza di “mondo” e di possibilità. Gli “spostati” sono privi di coordinate vitali, arrancano nei gesti e nei movimenti e “non riescono nemmeno più a immaginare di poter vivere aderenti al loro piano di autenticità” (p. 25). In una situazione di tale fattura, la speranza cede il posto inesorabilmente alla disperazione, al “sole nero”, descritto lucidamente dalla filosofa francese Julia Kristeva.

Per avvalorare la propria tesi interpretativa, Carla Stroppa ricorre all’insegnamento di Jacques Lacan: “il soggetto si istituisce come tale quando è guardato dallo sguardo di un Altro. È nello sguardo di un altro che l’Io viene alla luce, letteralmente fotografato da tale sguardo” (p. 30). E aggiunge: “non essere visti e riconosciuti è un vero e proprio trauma: è la radice tentacolare dalla quale nascono i blocchi e le deformazioni della personalità” (ibid.). Difatti: “la psiche orfana d’amore e di riconoscimento essenziale non riesce a stare al passo con l’Io, lo confonde, barcolla, annaspa in struggente ricerca di un’altra centratura” (p. 37). Perché: “Se manca l’amore, la forza dell’eros che connette, collega, riunisce, è la vita stessa a mancare anche quando il pensiero svolge la sua parte” (p. 50).

Per attenuare la “malattia mortale”, quel sentimento di vuoto asfissiante che afferra tutto il nostro essere e ci debilita, privandoci di “slancio vitale”, è di aiuto, secondo Carla Stroppa, la letteratura: “La letteratura è sempre un secondo mondo che in parte compensa la povertà e la mancanza di senso del primo, aprendo il cuore e la mente al possibile” (p. 39); “La grande letteratura ha sempre soccorso l’individuo che cerca di connettersi con l’anima del mondo, per individuare il riflesso di sé nell’arazzo complessivo che la psiche ha tessuto in tempi e spazi differenti. Certo le pagine scritte non sostituiscono lo specchio d’affetto e di calore che possono offrire le relazioni vive e vere con le persone presenti nella vita di tutti i giorni. Certo che no, tuttavia se quelle persone mancano o lo specchio che offrono è deformante, occorrerà cercare altrove il riflesso di sé” (p. 61).

La storia della letteratura, in altre parole, è un labile palliativo, un’effimera consolazione, che trasfigura in arte l’urlo strozzato dell’anima, un modo per resistere alla vita, nonostante la “scissione intrapsichica”. Guardate in trasparenza, “controluce”, le opere d’arte non sono altro che la manifestazione fenomenica di una mancanza d’amore, un modo, l’unico che abbiamo, per mitigare la ferita del desiderio infranto, del sogno irrealizzato.

Un pensiero riguardo “Carla Stroppa, Gli spostati

I commenti sono chiusi.