Monia Gaita, Non ho mai finto

Nessun problema in vista: semplicemente un silenzio, e come unico rumore il mio respiro.

(Francis Scott Fitzgerald)

Ci sono testi di poesia scritti artificiosamente con l’intelletto, per dimostrare – per sterile atto di esibizionismo e boria personale – che si è capaci di maneggiare con cura le parole al fine di costruire, in maniera artefatta, versi, rime, metafore, immagini, figure. In questo caso la scrittura appare come una “casa” apparentemente bellissima, edificata in maniera impeccabile, ma in cui non spira e non re-spira il soffio vitale dello spirito, si avverte cioè il freddo spettrale di concetti vuoti e, al contempo, il deserto delle emozioni.

Al contrario, vi sono testi di Poesia (la maiuscola è d’obbligo!), che prorompono direttamente dal cuore, quasi vi fosse un legame diretto tra il fluire del sangue e lo scorrere dell’inchiostro, tra l’anima afflitta e l’elaborazione poetica. In questo secondo caso, il poeta è solo un inconsapevole visionario, un intermediario inconscio, un tramite involontario, tra la propria nuda interiorità scissa e l’esteriorità della composizione onirica. Qui palpita autenticamente il vissuto, il pathos struggente, l’affettività dilaniata, che prende d’istinto, e in maniera verace, la forma di un canto lirico, vibrante ed universale.

La raccolta poetica di Monia Gaita, Non ho mai finto (La Vita Felice, 2021) appartiene senza dubbio a questa seconda specie, dove la poiesis si esplica, per l’appunto, non come “finzione” o manifestazione impudica di un esercizio soggettivamente fittizio, ma in quanto espressione pura della psiche e della carne tremula: “Ho il cuore diroccato. […] E un Dio non c’è a rammendarmi lo strappo del perduto” (p. 9); “Ha cicatrici ancora troppo fresche questo addio” (p. 15).

Il tema della “perdita” e dell’“addio” attraversa l’intera silloge. Nel succedersi dei versi e delle strofe vi è la presenza assillante di un amore assente che, nonostante il trascorrere del tempo, ancora assedia e ossessiona la mente, comportando costantemente e ineluttabilmente ferite, lesioni, lacerazioni, squarci: “E dire che mi manchi / è decifrarti l’alfabeto dell’assenza / nella nebbia, / guardare questa vita scorticata / produrre un taglio / che risanguina / e rimarca” (p. 20).

Monia Gaita illustra, in maniera esemplare, le dinamiche psicologiche, introspettive, conseguenti al sentimento penoso dell’abbandono, ossia alla dipartita improvvisa della persona amata, che provoca inesorabilmente il crollo emotivo e l’échec dell’esistenza: “Hai deciso di andare. / Non devo insistere, non devo dire niente. / L’anima adesso è piena di rumori, / beve d’un fiato il vuoto, perde peso, incrocia gli occhi degli dei irritati” (p. 28).

Che ne è di chi resta immobile, senza voce? Cosa patisce chi è colpito traumaticamente al cuore della propria dimensione affettiva? Cosa vive chi perde irrimediabilmente l’amore in cui aveva illusoriamente creduto sino a fondare su di esso la propria relazione con il mondo? “Ho il pianto in gola / a imbottigliare il niente che rimane”, scrive la poetessa irpina (p. 17); “L’anima resta appesa al davanzale / La luce volge in fuga” (p. 34). E ancora: “I sogni sono morti / e il movente, scritto a matita su un foglietto, / cancellato” (p. 23); sino ad ammettere nel pieno dell’assurdo dolore: “Ignoro a quanto ammontino le perdite. / Vorrei cospargerle di nafta, farne fuoco” (p. 63).

Immersa nel turbine impetuoso della nostalgia e dei ricordi, nella drammatica privazione di coordinate vitali e dunque nello spaesamento esistenziale – “nell’esilio dell’essere”, per dirla con Joë Bousquet –, Monia Gaita lascia che la poesia sia e parli attraverso di lei, in vece delle lacrime che impregnano gli occhi.

La poesia diviene così scrittura analgesica e lenitiva, ultima ancora di salvezza, atto di resistenza e di sopravvivenza, al fine di mutare l’ineffabile ferita profonda, e il grido muto sottaciuto in gola, nell’amorevole grazia di una parola cifrata. È una poesia che letteralmente “toglie il fiato”, magma rovente, poiché sgorga senza intralci né orpelli dal nucleo originario e nevralgico dell’interiorità destabilizzata, e che presenta, in extremis, l’arduo compito di “rinnovare l’assetto all’esistenza / come dopo la fine di una guerra” (p. 32).