Joë Bousquet, L’ombra di ciò che unisce

Per comprendere pienamente il tono e la specificità dell’amicizia intercorsa tra lo scrittore francese Joë Bousquet e il pittore belga René Magritte basta sfogliare le pagine dense e coinvolgenti di un recente volume magistralmente curato da Arlindo Hank Toska per le edizioni Mimesis: L’ombra di ciò che unisce. Tale volume raccoglie le lettere spedite dal poeta di Carcassonne all’amico artista negli anni 1946-1948, più qualche altra preziosa testimonianza come la Prefazione al catalogo della mostra di pittura Les Maîtres du Surréalisme, svoltasi a Tolosa dall’8 al 24 marzo 1946.

Bousquet, affascinato dalle avanguardie dell’arte contemporanea, considerate una via di fuga privilegiata rispetto alla propria drammatica condizione di infermità fisica, non lesina il proprio entusiasmo e la propria stima rivolgendosi a Magritte: “Tu nutri i miei sogni inviandomi le tue meravigliose collezioni”, gli scrive il 28 luglio 1946 (p. 23), e in una lettera successiva gli confessa apertamente: “i Magritte sono il mio universo” (p. 28).

Siamo nel pieno del secondo conflitto mondiale, quando i due si conoscono. La Germania nazista ha appena invaso il Belgio e l’Olanda e Magritte cerca protezione nell’estate del 1940 nel Sud della Francia, proprio nella cittadina medievale di Carcassonne. Qui incontra e frequenta assiduamente Bousquet nella sua chambre, al numero 54 di rue Verdun. Tra i due nasce un sodalizio intenso, che si protrae intatto nel corso degli anni, basato soprattutto sull’amore sconfinato e disinteressato per la pittura: “Siamo amici e abbiamo scoperto che questa amicizia era solo l’ombra di ciò che unisce le nostre vite”, gli rammenta poeticamente Bousquet (p. 30).

Nel carteggio sono presenti questioni teoriche sui colori, come quella riguardante il “nero eclissi” e il “nero sorgente”, commenti sulle opere pittoriche prodotte da Magritte o considerazioni estemporanee su altri artisti, come Max Ernst e Hans Bellmer. Bousquet, in particolar modo, segue con estremo interesse l’evoluzione artistica del proprio amico, chiedendogli anche ragguagli di carattere economico, circa le sue opere: “Magritte, ti prego, scrivimi. Dimmi a che prezzo mi cederesti le tue tele più recenti, su quali condizioni di pagamento potrei contare” (p. 24).

Magritte ricambia l’amicizia e la fiducia espressa da Bousquet inviandogli disegni, acquerelli o tele ad un prezzo di favore. Una di queste, risalente al 1947, reca come titolo Shéhérazade. Bousquet utilizzerà proprio tale dipinto, che raffigura una “donna-perla”, per “sedurre” una giovane studentessa di Tolosa, Jacqueline Gourbeyre, detta “Isel”, e che sarà la destinataria di un appassionante epistolario tuttora inedito in Italia: Lettres a une jeune fille (Éditeur Grasset).

Cosa unisce Bousquet a Magritte? Cosa accomuna i due autori, teorici e critici al contempo del surrealismo? Ma soprattutto, quali sono gli aspetti che Bousquet ama dell’esperienza artistica di Magritte? Il presente carteggio, grazie anche ad una approfondita Prefazione del curatore, aiuta a sciogliere tali interrogativi. Bousquet, imprigionato, paralizzato nella realtà del proprio corpo, a seguito di una incurabile ferita riportata durante la “Grande Guerra”, interpreta le tele dell’amico Magritte come costante apparizione di un sogno, come disvelamento di un mistero.

È un mondo “onirico”, che lo stesso Bousquet alimenta e insegue indomito con la fascinazione della propria scrittura, per obliare l’indicibile dolore di vivere quotidianamente la morte e nel tentativo estremo di dare voce all’inconscio, di tradurre il silenzio in parole, di trasporre il fondo abissale di sé in un linguaggio metaforico o cifrato. Bousquet si rifugia così nella radura dell’immaginazione per sfuggire l’invalicabile muro del reale e si confronta con l’Ombra, attingendo alla sua sorgente pura al fine di cogliere, sul piano spirituale, un esiguo scampolo di vita, un effimero barlume di salvezza, nonostante il buio profondo dell’esistenza in cui è murato, come il Sigismondo de La vida es sueño: “Fuori dal nero, la luce non è: nel nero l’ombra è bagliore” (p. 55).